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Pensieri Longobardi.

Questione XIV

“E noi suddetti, giudici, assegniamo a te, nel tale giorno, la continuazione degl’interrogatori, perché si oda la verità dalla tua stessa bocca.”

(Malleus Maleficarum, Questione XIV, “Sul modo di emettere sull’imputata una sentenza d’interrogatorio sotto tortura e in che modo debba essere interrogata il primo giorno; inoltre se si possa prometterle che avrà salva la vita. Atto decimo”, 1486-1487)

 

Gherìn nabèj, vàrda che béj. Poi mi prendeva il naso tra le dita piegate a tenaglia e faceva come per strapparmelo via. Ridevo sempre. Gherìn nabej, diceva, vàrda che béj. E mi strappava via il naso. Però parlava degli occhi, la mia nonna. Guarda che belli. Non ho mai capito perché parlasse degli occhi e mi pinzasse il naso, ma ridevo tanto. E lo faceva solo con me tra tutti i suoi nipoti. Gherìn nabèj.

Ho pensato a lei stamattina, quando hanno appoggiato quelle grandi pinze sul tavolo davanti a me mentre mi domandavano delle pecore dell’Antonio. Credevo mi avrebbero strappato il naso e avrebbero riso tanto con il naso sul tavolo senza la mia faccia dietro, invece mi hanno parlato dolcemente – Dicci che sei stata tu, Catterina. Di’ a Sua Eccellenza come hai fatto a far ammalare le pecore dell’Antonio Poletti e poi ti facciamo andare a casa. – Ma io non so delle sue pecore, signore. La dòna dell’Antonio, la Germana, mi ha detto di curarle al pascolo, le pecore, e di non parlarci proprio, al suo marito, ché lui ci ha il diavolo nelle braghe e gli prude sempre.

Hanno riso con le tenaglie sul tavolo, giù di sotto nella cantina dove c’è puzza di lago e camminano i topi. Io mi sono messa a piangere. Adesso non so più perché piangessi, in fondo non c’era niente di cui aver paura. Ho pianto un po’, ma piano. Poi l’uomo che stava in piedi dietro di me mi ha fatto alzare e mi ha stretto le braccia intorno al petto, sollevandomi da terra. – E tu che ci facevi col diavolo del Poletti, Catterina? – ha detto il prete che sedeva dall’altra parte del tavolo. Gli altri sono venuti più vicino e sentivo rumore di ferro. Gherìn nabèj. Ora non importa più, non fa più male. La nonna mi pinza il naso. Vàrda che béj.

Dal punto in cui si trova, il mondo è un puntino bianco che si irradia verso il basso come i lampioni negli occhi miopi, sfocati e tremolanti. Sembra così lontana la terra, eppure non è mai stata più vicina ora che quel pianeta pallido e remoto l’ha inghiottito chissà come costringendolo nei propri canali stretti e scuri, soffici di foreste preistoriche e oceani estinti, odorosi di morte antica, muta e paziente e pullulante di insetti.

L’ultimo ricordo in superficie è la sensazione del vuoto sotto i piedi in un parcheggio deserto confinante con i campi di sterpaglie che separano la città dal resto, dove si srotolano i budelli riarsi delle tangenziali, i magazzini chiusi, i mucchi di container con le scritte cinesi sulle fiancate corrose. Un rombo sordo, discreto, e la gola buia della terra si apre a divorarlo dentro un orifizio osceno, con un singhiozzo d’aria che, compressa dal suo corpo in caduta, sale.

Le ossa delle gambe escono dalle ginocchia come radici calde e appiccicose. Non fanno neanche male, soltanto pulsano in lieve discronia con il pulsare del cuore che rimbomba nel vuoto stretto e lo riempie accelerando in fiotti di terrore discontinuo, quando il pensiero è lucido e il puntino bianco del mondo si lacera e sembra scomparire in una bolla lattiginosa.

Penultimo ricordo sublunare. Tardo pomeriggio. L’abitacolo della sua auto saturo del sudore evaporato in un angolo di parcheggio all’ombra del lato est di un magazzino. Agosto. La ragazza che vuole i soldi per comprarsi una dose di qualcosa che le renda sopportabile l’eterno processo del morire. Per venti euro in più gli ha dato il culo ma poi ha cominciato a piangere, troppo tardi. Il sangue sui sedili, i bambini che tornano dal mare domattina. Meritava ben più di qualche botta, troia.

La sua voce lanciata verso il mondo lontano si spegne roca. Non c’è nessuno fuori e il pulsare che gli riempie le tempie si fa più tenue, come la luce che si raccoglie per sciogliersi nella notte che viene. Un risveglio improvviso – ho dormito? – non è ancora buio lassù, oltre il buco del mondo, mentre lì dove è lui è come se non fosse mai esistita la luce. Un’ombra lieve, un’eclisse scivola davanti all’occhio grigio lontano – aiuto! mi sentite? sono qui, aiutatemi! – l’ombra si ferma. L’uomo trattiene il respiro, il viso teso a cogliere un suono che non giunge. Qualcosa gli tocca una guancia, si ferma fredda tra il naso e le labbra. Acqua. Una mano passata sul volto e l’odore gli racconta la sua lingua spinta giù in fondo in una bocca rigida, una caverna umida e morta come quella che lo stringe. Saliva. – Sei tu? ti prego! ragazza! – come ti chiami? l’ho mai saputo?

L’eclisse trascorre silenziosa. Dietro di lei sorge la notte che lo inghiotte e il buio è dentro e fuori, denso. Dentro il buio, piano, la mente affoga. Il suo sangue sparso tutto sul sedile posteriore della terra.

Nel turbinare dei Simboli, la torcia e il pozzo sembravano confondersi in una coppa fiammeggiante che galleggiava a mezza via tra l’approdo dei Sabbioni e la riviera ortense. Willa li vide più e più volte vorticare e sciogliersi in una sostanza mercuriale che si ritraeva non appena lei tendeva le mani per ghermirla. L’aria odorava di fiori gettati a marcire nei fossi e la notte incedeva trascinando con sé l’eco delle lame ribattute dai fabbri nel cortile interno e il mormorare sommesso delle donne raccolte nei ripari di fortuna sotto i portici della basilica. I Simboli vibravano confusi nel vapore ascendente; Willa concentrò a lungo lo sguardo sul pallore della foschia che emergeva dal lago inseguendo senza successo le forme fuggevoli finché, frustrata, emise un ringhio stizzito e si appoggiò al parapetto. La torcia e il pozzo fremettero debolmente e poi scomparvero. Il vecchio seduto nell’ombra qualche passo più in là, in un angolo del terrazzo illuminato dai bracieri, sorrise; la regina lo percepì schernirla nel silenzio e si voltò rabbiosa, piegandosi su di lui come un rapace notturno sulla preda.

– Quel fuoco, signora, non dedicarlo a me ma al drago, – disse l’uomo con una voce di ruggine, gli occhi annacquati sotto le palpebre spesse, – Ricorda dove vanno coloro che partono senza la grazia dell’Onnipotente.

Il sorriso del vecchio divenne un ghigno sarcastico mentre ancora la parola onnipotente restava sospesa tra lui e la regina, che ricambiò il sorriso con complicità tornando poi a voltarsi verso il lago.

– Vanno dove nessun imperatore può raggiungerli, – disse vaga, raccogliendo da terra il mantello che aveva lasciato cadere durante il rito e rimettendoselo sulle spalle. Sentì improvvisamente freddo ed ebbe voglia di piangere. Si irrigidì di nuovo, sospirò piano. – Domani notte. Ancora. Finché non sarò io, l’onnipotente, – disse con un tono che non conservava più traccia di sconforto.

– Come desidera la mia signora, – rispose il vecchio mentre la regina lasciava il terrazzo senza ascoltarlo.

Nostos

Abbiamo parlato spesso di tornare quando ancora non eravamo giunti da nessuna parte. Ora abbiamo le mani per scrivere, libere dai guanti delle parole altrui, dagli anelli delle ambizioni, dai bracciali tintinnanti del buon senso. Abbiamo una regina longobarda assediata su un’isola rocciosa in mezzo a un lago, i tesori della capitale perduta ammassati nel ventre paludoso del drago, ottanta monache oranti mentre il drago gorgoglia rovesciando le imbarcazioni improvvisate degli evangelizzatori.

Sono una coppa di rame dentro cui si raccolgono le condense dei primi albori di giugno, un essere che si risveglia quando il giorno è una striatura pallida dietro il contorno degli alberi. Ho armato l’isola, ho fortificato i suoi bastioni mentre il re fuggiva a sud con il suo esercito di stracci. L’imperatore che mi assedia vede dalla riva scoscesa il mio vestito rosso schioccare come un lembo di fiamma dalle mura. Sono la torcia da cui attinge il suo fuoco il custode feroce del lago.